PEX e costo della partecipazione: l’irrilevanza dei versamenti “condizionati” se manca la delibera

PEX e costo della partecipazione: l’irrilevanza dei versamenti “condizionati” se manca la delibera

L’ordinanza n. 9629/2026 della Suprema Corte chiarisce che i versamenti in conto futuro aumento di capitale non incrementano il valore fiscale della partecipazione se l’aumento non viene deliberato nei termini: una decisione che impatta direttamente sul calcolo della plusvalenza esente.

Il contesto: il calcolo della plusvalenza e il regime PEX

Nel sistema del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (TUIR), la determinazione della plusvalenza da cessione di partecipazioni in regime di participation exemption (PEX) rappresenta un momento cruciale per la fiscalità d’impresa. Come noto, l’articolo 87 del TUIR consente di beneficiare di un’esenzione del 95% sulla plusvalenza, a patto che sussistano specifici requisiti (possesso ininterrotto, classificazione nelle immobilizzazioni finanziarie, residenza fiscale e commercialità della partecipata).

La plusvalenza si ottiene per differenza tra il corrispettivo pattuito e il costo fiscale della partecipazione. Proprio sulla determinazione di quest’ultimo si è innestato il recente intervento della Cassazione. Di norma, il costo è rappresentato dal prezzo di acquisto, incrementato dai versamenti a titolo patrimoniale e dalle rinunce ai crediti effettuate dai soci (art. 94, comma 6 del TUIR). Ma cosa accade se tali versamenti sono legati a un aumento di capitale che non vede mai la luce?

Il caso di specie: la rinuncia al credito “in sospeso”

La vicenda giunta all’esame degli Ermellini riguardava una società, la X Srl, che aveva deciso di ricapitalizzare una propria partecipata (Y Spa) attraverso la rinuncia a un credito di 9,5 milioni di euro. Tale operazione era tuttavia condizionata: l’aumento di capitale avrebbe dovuto essere deliberato entro il termine perentorio del 31 dicembre 2008.

Nonostante il termine fosse decorso senza che la partecipata deliberasse alcunché, la società cedente aveva mantenuto iscritto in bilancio il maggior valore della partecipazione, includendovi i 9,5 milioni della rinuncia. Al momento della successiva cessione della quota nel 2009, questo valore “gonfiato” aveva permesso di esporre una plusvalenza minima. L’Agenzia delle Entrate ha tuttavia contestato tale impostazione, ritenendo che quel versamento non potesse incrementare il costo fiscale della partecipazione.

La decisione della Suprema Corte: natura “potenziale” e obbligo di restituzione

Con l’ordinanza n. 9629/2026, la Cassazione ha accolto la tesi erariale, ribadendo un orientamento ormai consolidato sulla natura dei versamenti dei soci.

Il punto centrale risiede nella distinzione tra versamenti a fondo perduto (definitivamente acquisiti al patrimonio sociale) e versamenti in conto futuro aumento di capitale. Questi ultimi sono caratterizzati da un preciso “vincolo di destinazione”: sono somme erogate in vista di una specifica sottoscrizione futura.

Secondo i giudici di legittimità:

  • Se la delibera di aumento di capitale non interviene entro il termine stabilito, viene meno la causa giustificativa dell’attribuzione patrimoniale.
  • In tale scenario, l’erogazione si configura come un “aumento di capitale potenziale” che non è mai divenuto effettivo.
  • Sorge quindi in capo alla società l’obbligo di restituire le somme al socio (configurandosi come ripetizione dell’indebito), e specularmente il socio matura un credito verso la società.

Di conseguenza, quella somma non può essere considerata parte integrante del costo fiscale della partecipazione, poiché non è mai “uscita” definitivamente dal patrimonio del socio per confluire nel capitale della partecipata.

Le conseguenze pratiche per i contribuenti

L’impatto fiscale di questo principio è rilevante. Nel caso analizzato, l’esclusione dei 9,5 milioni dal costo fiscale ha comportato un drastico aumento della plusvalenza tassabile (seppur nei limiti del 5% previsto dal regime PEX).

L’ordinanza suggerisce estrema cautela nella gestione delle operazioni di ricapitalizzazione. Per far sì che un versamento o una rinuncia a un credito incrementino validamente il costo fiscale, è necessario che l’apporto sia definitivo o che le condizioni previste per l’aumento di capitale siano effettivamente verificate. In caso contrario, ai fini fiscali, quel valore resta un semplice credito del socio, irrilevante per la determinazione della plusvalenza da cessione.

Tale impostazione, conclude l’ordinanza, non è limitata ai soli casi di PEX, ma risulta applicabile a qualsiasi cessione di partecipazione, anche integralmente imponibile.

Dott.ssa Elisa Ferrara