Il Fisco può controllare ma non ci deve vessare
di Ugo Ruffolo

Da Il Giorno dell’11 Dicembre 2001

Dopo le cartelle pazze, le «comunicazioni di irregolarità» ed avvisi «bonari» quasi pazzi? Ancor più pazzi se è vero che sono oltre un milione; che sparano nel mucchio, colpendo più «innocenti» che «colpevoli»; che costringono a file disumane davanti a sportelli e uffici, falsando il rapporto tra cittadino e Fisco. In una parola, un sopruso. In due parole, come danneggiare al tempo stesso il cittadino e lo Stato; come frustrare la tanto decantata semplificazione e trasparenza; come degradare il cittadino a suddito. Ma andiamo con ordine.

Queste «comunicazioni» arrivano per presunte irregolarità, oppure per richiedere verifiche documentali a chi risulti in qualche modo «sospetto». Nulla quaestio se tutto fosse regolare, cioè se i contribuenti del primo gruppo fossero davvero sempre in fallo, o quasi, e i secondi davvero ragionevolmente selezionati.

E poi, soprattutto, se le verifiche presso gli uffici e sportelli fossero effettuate in modo umano, cioè in tempi rapidi e minimizzando disagi e file. Quando lo Stato non va dal cittadino ma lo convoca, non deve vessarlo. Se lo fa, e soprattutto quando la convocazione è ingiustificata o comunque costringe a frustranti ore o giornate di lavoro e di vita buttate al vento, il danno al cittadino diventa persino danno risarcibile, per responsabilità civile sia dell’Amministrazione che dei funzionari che sbagliano. Tanto, poi, ancor più quando il cittadino «invitato» a pagare prima dell’invio della cartella si vedesse spinto a versare somme non dovute, o perché indotto in errore (quanti confondono fra avviso e cartella?) o per evitare lo strazio.

Così, poi, si approfondisce anche il solco fra chi ha e chi non ha; fra chi, richiesto di poche lire, paga comunque pur di evitare fastidi, e chi «non può» e trascina giornate di vita in file snervanti. Chiariamo ancora: l’Amministrazione ha il diritto e il dovere di convocare i contribuenti in difetto o con irregolarità da chiarire (beninteso evitando file, disagi e soprusi). Non può e non deve, invece, scaricare sul cittadino la eventuale fallibilità o incapacità organizzativa dei propri uffici, sparando comunicazioni a raffica contro qualsiasi cosa si muova.

L’Amministrazione, quando sa che i suoi dubbi sono spesso ingiustificati, deve chiarirli andando dal cittadino (magari mandandogli a domicilio un addetto), invece che convocarlo in maniera medioevale. Non si può, ad esempio, informatizzare semplicemente passando al computer le dichiarazioni dei contribuenti e mandando automatiche comunicazioni e convocazioni in caso di qualsiasi apparente irregolarità, talora magari chiaribile con un minimo di esame più approfondito; oppure chiedendo chiarimenti telefonici o per e-mail. Se la cartella pazza è una sorta di rinvio a giudizio incongruo, la comunicazione pazza è una specie di avviso di garanzia folle. Il meccanismo perverso fa rivoltare contro il cittadino norme pensate per agevolarlo. Il rimedio è peggiore del male, se gli si consente di inviare dichiarazioni anche senza le pezze d’appoggio, ma poi lo si costringe a file inumane per mostrarle al Fisco. E non è escluso che, davanti ad una eventuale prassi macroscopicamente e ingiustificatamente vessatoria, una associazione di utenti, in nome di interessi collettivi, possa chiedere al giudice civile un provvedimento urgente che inibisca file e attese disumane e lesive della salute.

Del resto, se un giudice di Bologna ha regolamentato il traffico al posto del sindaco (forse sconfinando nell’amministrazione attiva), con molto meno (e senza sconfinare) un giudice di Milano o Bergamo potrebbe moralizzare le file «monstre» agli sportelli, e forse persino razionalizzare o ridurre la pioggia di comunicazioni e avvisi non sempre giustificati. E poi ci chiediamo perché tanti si nascondano al Fisco!

 

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